Ve ne avevo già perlato in una one more thing e oggi vi faccio leggere l'intervista di iSpazio all'autore principale.
Jacopo: Lo scorso anno abbiamo potuto apprezzare Steve Jobs: l’uomo che ha inventato il futuro ed è stato un titolo davvero fantastico. A me personalmente è piaciuto moltissimo e l’ho visto come un lavoro completo. Poi hai deciso di iniziare un nuovo libro, che è già un bestseller. Avresti mai immaginato che a talmente tante persone sarebbe interessato conoscere Steve dal tuo punto di vista?
Jay: Sono stato l’unico all’interno di Apple che abbia mai scritto un libro su di lui e credo sia importante mostrare alle persone come siano andate realmente le cose. Se dunque il primo libro era stato fatto per dare una panoramica generale sul fare di Steve, il secondo si è dedicato al come mettere in pratica i suoi consigli.
Jacopo: Ho trovato alcune similitudini tra il tuo libro e quello di Reid Hoffman Teniamoci in contatto. Pensi che Reid impersoni alcune virtù di Steve? Intendo: entrambi avete parlato di una visione dell’azienda come startup permanente e riguardo l’importanza dei contatti e dei valori. Steve ha lasciato semplicemente un’azienda o anche una filosofia riguardo la gestione aziendale?
Jay: Steve non ha lasciato semplicemente un’azienda. Si è infatti preoccupato di lasciare in Apple qualcuno che racchiudesse tutti i valori che aveva cercato di imprimervi nel tempo. Tornando indietro nel tempo possiamo notare che quando Scully abbandonò Apple, tutti i valori di Steve erano ancora saldi e questo permise a Jobs di riprendere il comando e di portarla ad essere nuovamente una grande azienda. Questo appunto perchè le persone più importanti avevano ancora impressi gli stessi valori.
Jacopo: Affermeremmo qualcosa di sbagliato se dicessimo che Jay Elliot è stato il mentore di Steve?
Jay: No, io ero più anziano e, sebbene Steve pensasse che non si dovesse dar bado alle persone con età superiore ai trent’anni, io ero un mentore e una voce della ragione. Ero inoltre quella voce che criticava nel caso in cui lui facesse qualcosa di sbagliato.
Jacopo: Se vedessimo Steve come uno zoppo e supponessimo che tu ci camminassi assieme, potremmo dire che hai imparato a zoppicare? Intendo: dopo un po’ di tempo hai iniziato a vedere le cose come lui?
Jay: Sicuramente. Innanzi tutto ho dovuto fare una grande decisione quando ho lasciato IBM e Intel per andare a lavorare per un “ragazzino”, lui aveva appena 26 anni quando lo conobbi mentre io venivo da anni di senior management. Però vidi in lui ciò che avrei voluto trovare in IBM e che invece non era presente. Dunque decisi di iniziare questo viaggio. Sin dall’inizio vedevamo le stesse cose. Poi lui era una persona molto interessante: si occupava di tutto e metteva la stessa passione in ogni campo che riguardava un progetto. Era talmente interessante che una volta, in seguito ad un progetto da me avviato, ci trovammo a cena con altri CEO di grandi aziende, come Chrysler e American Airlines. La cosa “buffa” è che loro erano molto più interessati a sentire lui che lui a sentire loro.
Jacopo: Sappiamo che Steve ha lasciato Apple e ha lanciato una nuova azienda, la NeXT Computer, nel frattempo ha anche acquisito la Pixar e dunque possiamo dire che ha avuto un ruolo anche nel campo della cinematografia. Infine è tornato ad Apple. Jay Elliot ha lasciato Apple ed è diventato un produttore di show e serie televisive, per poi avviare una propria azienda e inventare il Migo, infine ha dato vita ad una seconda, ovvero Nuvel. Possiamo dunque vedere nei vostri percorsi alcune similitudini: come Steve ti ha aiutato a rinventarti?
Jay: La prima cosa che ho imparato da Steve è che in realtà non ho mai smesso di lavorare per Apple. Lui non ha mai smesso e così io. Ho imparato a lavorare con lui e non con lui: non mi sono mai sentito un suo sottoposto e questo grazie al rapporto che abbiamo instaurato. Poi ho imparato che la qualità di un prodotto è molto molto importante e Migo ne è stato un esempio: molti degli aspetti di questo prodotto furono pensati alla “Apple way” e dunque mi sentivo come rientrato in questa fantastica azienda.
Jacopo: Sei ancora un pirata?
Jay: Sì
Jacopo: Lo scorso anno lo scrittore italiano Antonio Menna ha scritto un libro intitolato Se Steve Jobs fosse nato a Napoli. Il libro parla delle problematiche date dalla burocrazia italiana e il fatto che un Italiano potrebbe incorrere in numerosi problemi nel caso in cui volesse lanciare un’azienda “alla Steve Jobs”. Il tuo libro parla di marketing e come Steve ha giocato il proprio ruolo in questo campo. Pensi che la sua visione potrebbe essere applicata al mercato italiano? Cosa sarebbe successo se Apple fosse nata a Napoli?
Jay: Beh, se Apple fosse nata a Napoli e fosse cresciuta come figlia di quella società, probabilmente non avrebbe cambiato il mondo. A Napoli come altrove. Steve però era completamente al di fuori della società e quindi al di fuori di Apple molto probabilmente sarebbe finito in carcere. Non so se gli abitanti di Napoli possano uscire dalla loro condizione di appartenenza alla società me potrebbero e dovrebbero farlo, per cambiare le cose. Il punto è che Steve era un artista: se visto da questo punto di vista, tutto cambia rispetto agli altri CEO nel mondo. Se consideriamo il fatto che gran parte degli artisti sono Italiani e in Apple ci sono moltissime influenze provenienti dal design italiano, possiamo affermare che se Steve fosse stato Italiano, molto probabilmente avrebbe fatto un ottimo lavoro comunque.
Jacopo: Ultima ma non meno importante: sei mai stato licenziato?
Jay: Sì, sono stato licenziato. Sono stato licenziato da John Sculley. Accadde quando Steve fu obbligato a lasciare Apple; andai da John e gli dissi che aveva fatto la mossa sbagliata e che a mio modo di vedere lui non era la giusta persona per capitanare Apple. Andai dunque al consiglio di amministrazione e dissi ad ognuna di quelle persone che stavano facendo un grande errore e che stavano tagliando la testa dell’azienda. Steve era un visionario e il fondatore dell’azienda e non potevo credere che stessero facendo una cosa del genere. Suggerii quindi di far spostare Steve in un’altra sub-azienda chiamata Macintosh, che sarebbe stata nuovamente acquisita al momento giusto. Decisero però che non era quella la decisione da prendere e quindi Sculley decise di licenziarmi e lo fece.


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